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In qualsiasi parte del mondo si possono trovare stimoli creativi perché ormai non esistono più limiti fisici se non quelli che ognuno di noi si impone. Il problema sta nella forma di comunicazione delle nuove ricerche, nella creazione di un circuito tale per cui le idee vengano veicolate. E' logico pensare che dovunque la creatività venga stimolata dagli impulsi esterni, dal substrato culturale in cui viviamo, ma ciò non accade in questa città immobile e muta, priva di ogni stimolo. Sta negli artisti cercare questi stimoli altrove; il vivere in una città non porta necessariamente a viverne i limiti ed i ritmi. Purtroppo alcuni artisti giovani dimostrano grande stasi e poca preparazione, specialmente chi insegue la tradizione della pittura ligure o peggio espressionista, rifiutando consciamente una necessaria cultura cosmopolita. Anche le istituzioni pubbliche, come l'Accademia Ligustica di Belle Arti in testa e il Museo d'Arte Contemporanea di Villa Croce, hanno dato prova con le loro scelte espositive di penalizzare chi lavora con altre forme di espressione, come la fotografia, il video o l'installazione. Infatti a Genova spesso si ama disquisire sulla "rivoluzionaria qualità pittorica" di un'artista piuttosto che su una sua dote concettuale, ritenuta ingiustificata, incomprensibile e perciò minore. A Genova non può nascere quindi una situazione corale predeterminata ma soltanto gallerie ed artisti che propongono separatamente il loro lavoro. Non esiste nessuna tendenza particolare, come del resto dappertutto, ma ciò che aggrava la nostra situazione è che non esistono gli strumenti ai quali i critici o gli operatori interessati potrebbero rivolgersi. Le istituzioni pubbliche in Italia generalmente non rischiano nel proporre arte contemporanea in maniera continuativa; basti pensare al Museo Pecci di Prato, con il nuovo direttore Bruno Corà e la sua proposta di una mostra Burri-Fontana, certo non idonea per un confronto con l'arte contemporanea. Figuriamoci nel nostro caso; il già citato Museo d'Arte Moderna, oltre a qualche mostra pacchetto già confezionata, non possiede la forza o la cultura necessarie per staccarsi da un filone prettamente tradizionale. Con la sua pressoché totale assenza di una programmazione che comprenda anche il contemporaneo , salvo alcuni casi di donazioni, non instaura un dialogo con gli operatori artistici. Il settore pubblico non sembra aver optato per un percorso ben preciso e le scelte per organizzare mostre, come le recenti "Premio Duchessa di Galliera" a Villa Croce o "Arti Visive" a Palazzo Ducale, denotano una leggerezza ed una mancanza di esperienza davvero sconcertanti. Inoltre la mancata frequentazione da parte dei rispettivi direttori (mai visti ad inaugurazioni in gallerie private o fuori città) degli studi degli artisti, dei luoghi deputati all'arte, non permette loro certamente di avere una visione globale del panorama artistico locale e dell'arte attuale in genere. A Genova manca uno spirito guida. Le uniche cose che sono state prodotte in un contesto di ricerca fanno capo agli sforzi di quegli artisti che personalmente, sentendo l'esigenza di far veicolare le loro idee attraverso dibattiti ed esposizioni, si confrontano con coetanei e colleghi, generando manifestazioni come "Atelier Aperti", che coinvolgevano un paio d'anni fa gli studi degli artisti e la parte del centro storico della città che li ospitava; oppure "Città ad arte", dislocata in più sedi tra cui la facoltà di architettura, le vetrine dei negozi e i già citati studi. Queste manifestazioni si ponevano domande sul rapporto esistente tra città e lavoro dell'arte sotto diversi profili. Specialmente con la recessione economica di qualche tempo fa si sono prodotte conseguenze positive per certi versi, perché sono comunque scomparsi (anche se non del tutto) critici, galleristi o gallerie mediocri; nello stesso tempo però è diventato difficile trovare nuove sinergie d'intenti. Penso che i collezionisti stessi, trovandosi davanti ad insicurezze e precarietà, non riescano ad identificare un luogo deputato alla ricerca contemporanea e siano quindi costretti a rivolgersi ad un mercato esterno. Situazioni interessanti si sarebbero potute creare in ambiti underground; da un anno a questa parte si sono aperti locali e circuiti culturali che oltre all'organizzazione di concerti, spettacoli teatrali e simili si sono occupati anche di arti visive, senza però purtroppo un'organizzazione artistica predeterminata e molto spesso affidandosi al caso. La cosiddetta "Movida" genovese non è in realtà formata da intellettuali ed artisti (se non in piccola parte) e questi spazi, anziché proporsi come una vera ed intelligente alternativa, spesso risultano, nelle loro incursioni nel campo dell'arte contemporanea poco più che effetti placebo: si aumenta la confusione e non si incentiva cultura e creatività. A molti artisti non rimane che lavorare fuori città, con un fastidioso pendolarismo che comunque assicura un contatto con il mondo. Senza fare una gerarchia di importanza, le gallerie private hanno svolto il compito che sarebbe spettato ad altri ma con poco fiato, subendo il fascino del trend , della moda già in atto. Una ricerca artistica autonoma ed originale in senso lato non ha mai trovato adesione o comunque un interesse da parte delle gallerie locali. Penso esistano 4 elementi da tenere in considerazione nella gerarchia del lavoro dell'arte: l'artista alla base di tutto il sistema; un luogo e medium per far conoscere il proprio lavoro; una persona che attivi la parte teorica creando comunicazione, elemento di connessione tra il lavoro degli artisti e il "mondo"; per ultimo il fruitore e il collezionista. In realtà a Genova questi elementi si pongono in maniera anomala tra loro; le gallerie si trovano a dover fare i conti con realtà più forti come Internet e le reti ad esso collegate. In una città che recepisce poco il lavoro, certamente una rete informatica unisce maggiormente il pubblico rispetto ad una galleria o un museo. Con Internet si potrebbe creare paradossalmente un parallelismo con la committenza del rinascimento: le opere, commissionate e vendute dagli artisti alle istituzioni, venivano poi fruite pressoché da tutto il pubblico che, come ora con i collegamenti in rete, riusciva ad avere accesso ad una quantità illimitata di materiale. A Genova, città reazionaria e conservatrice, la fotografia e il video, mezzi ormai abituali nella sperimentazione attuale, per il momento vengono ancora considerati la prima, come un quadro realizzato con una macchina anziché con il pennello e il secondo come un sostitutivo del cinema. L'artista che viene ancora visto come un bohemien, anziché come un catalizzatore di energie anche spirituali, non può restare chiuso nel proprio studio con i pennelli e la trementina, ma deve aprirsi al mondo, mentre alcuni artisti liguri tendono a rimanere imprigionati, con il mare da una parte e collina dall'altra, da un invisibile recinto. C'è una forte necessità di cambiare rotta. L'arte che è la più naturale delle medicine e cura le nostre anime e le nostre ansie, finisce in questa città per diventare una malattia che genera confusione e pressappochismo. E' necessario creare delle condizioni affinché la città possa essere reintegrata in un sistema più ampio di interessi; ad esempio, fare attività in spazi dismessi nella zona del porto come i Magazzini del cotone porterebbe beneficio a tutti, città, gallerie e artisti. Per inserirsi costruttivamente nell'attualità bisognerebbe cambiare la città, i docenti dell'Accademia e il direttore del Museo, ma tutto ciò è utopico. E' inconcepibile per esempio, che le gallerie non siano frequentate da studenti e professori del Liceo Artistico e dell'Accademia. Così l'artista genovese deve trovare i mezzi e la forza per esportare il proprio lavoro al di fuori della città e una forza dirompente atta a risvegliarlo da questa sonnolenza latente, ma purtroppo qui l'artista risulta al contrario ancora molto tradizionale e legato a realtà ben definite che tendono ad escludere nuove possibilità. Francesco Arena La riflessione di Francesco Arena corre sul filo rosso di due temi centrali: da una parte il corpo come identità e dall'altra i codici estetici del linguaggio massmediale. Nel processo di riconciliazione dell'uomo con la sua corporeità, intesa come individualità ma anche come dimensione puramente fisica, Francesco Arena instaura un rapporto di interscambio e non più di separazione tra l'interno e l'esterno del corpo, mettendo in scena una sorta di rito liberatorio che consente all'uomo di tornare padrone del mondo. Pensieri sospesi e frasi inquietanti accompagnano le immagini, dando allo spettatore la sensazione di leggere nella mente del personaggio che si dilegua con essi, come in un sogno. I legame con l'altro aspetto della ricerca è evidente nel momento in cui alcuni dettagli fanno chiaramente intuire che al di la' dei codici linguistici diversi si tratta di uno stesso percorso: così, se da una parte nelle installazioni sulla identità, non manca la componente "mediale" nella tecnica, allo stesso modo nelle foto patinate dai colori brillanti non mancano i riferimenti ad una carnalità che non lascia adito a dubbi. I lavori fotografici viaggiano sulla stessa onda delle comunicazioni di massa, con la loro rassicurante gamma cromatica, specchietto per le allodole per gli occhi assuefatti dell'osservatore medio che troverà nei soggetti rappresentati spunti di tutt'altro impatto contenutistico ed emotivo. Paola Magni Francesco Arena opera da anni nel campo della fotografia, del video e dell'installazione. La sua ricerca, dapprima orientata principalmente sull'esterno, sull'analisi scomposizione del corpo e delle sue possibili alterazioni (sia in senso distruttivo sia di potenziamento quale ad esempio il body-building), si è via via interiorizzata diventando introspettiva. Del progetto Autobiografica che ha portato avanti di recente fanno parte diverse installazioni che, secondo quanto afferma lo stesso autore, si possono definire "una riflessione sulla memoria della propria vita e delle proprie esperienze che diventano pubbliche ed universali come se il nostro vivere fosse già vissuto". Emblematico soprattutto il video dal titolo omonimo dove cinquanta personaggi (amici, schegge casuali di vissuto o alter ego emotivi dell'autore) si avvicendano con fissità neutra e indifferente su un fondo concitato di immagini del nostro tempo, mentre una serie di frasi scandisce il tutto come "frammenti di un pensiero che si sviluppa in progressione". Un'autobiografia volutamente ambigua dove lo spezzettamento dei concetti, dei pensieri, delle storie produce dei valori neutri in cui ogni spettatore può trovare parte del suo vissuto. Ultimamente Arena è tornato alla fotografia e realizza grandi immagini che definisce tecnicamente "still life" ma che sono ben lontane dalla tranquillità patinata e pubblicitaria di questo stile. Colori violenti definiscono composizioni in bilico tra shock, feticismo e denuncia di mali e disagi sociali quali pedofilia, violenza fisica e mentale, AIDS, condizionamenti. Elisabetta Rota …Ugualmente incentrata sull'ambiguità dei codici di comunicazione risulta la ricerca di Francesco Arena, artista impegnato nei diversi campi della fotografia, del video e dell'installazione. E tuttavia un altro motivo si viene ad intrecciare a questa via di interpretazione della realtà, quello di un'introspezione autobiografica che spesso ha trovato nel tema del corpo un veicolo emblematico per la propria riscoperta individuale. La corporeità viene scandagliata nel suo lavoro come spazio di confine tra l'interiorità e l'esteriorità, diventando quasi una sorta di luogo neutrale di confronto dell'individuo con la realtà esterna. In un suo recente progetto, intitolato Autobiografica e che ha trovato espressione in diverse installazioni e in particolare nel video omonimo, l'artista rappresentava l'immagine del proprio corpo e di altri personaggi (selezionati per motivi affettivi o per una casuale corrispondenza psicologica) come un luogo simbolico nel quale confluivano indistintamente esperienze personali e collettive. Le introspezioni e le memorie individuali si confondevano e si confrontavano ambiguamente con stralci di una realtà esterna, creando un flusso di immagini in cui ognuno poteva ritrovarsi, in un gioco di perdita della propria identità. Nella recente serie fotografica, intitolata Still Life for lifeliche people, l'ambiguità della comunicazione è giocata - attraverso un atteggiamento di manipolazione dei codici linguistici dell'arte- sulla scelta della tecnica pubblicitaria. Adottandone le immagini patinate e la peculiare impostazione rappresentativa, Arena in queste foto spaccia per immagini di consumo messaggi dai contenuti tutt'altro che effimeri e superficiali. E la drammaticità di queste metafore di situazioni estreme di disagio, emarginazione e morte è ulteriormente accentuata dallo spiazzamento provocato dall'illusione di un modello di rappresentazione codificato e famigliare, come quello della pubblicità. Matteo Fochessati Molto a lungo, in pratica da sempre, e la storia dell'arte ce lo insegna, il più ricercato oggetto di rappresentazione è stato il corpo umano, nudo e crudo. Oggi però nella società "pervertita" che abitiamo, la naturalità di un corpo non ci basta più non ci attizza più quei fremiti dell'altroieri: nudo va bene, è sempre meglio che vestito, ma non più fine a se stesso, non più da solo, non più "crudo". Oggi la nostra fame cannibale di menù sempre nuovi il corpo lo vuole "cotto", speziato con altri sapori, anche artificiali. Insomma, la civiltà evoluta - qualunque cosa ciò possa voler dire - ha le sue manie; ed esige sacrifici sempre più arzigogolati da immolare sugli altari della provocazione, dell'estetica, del piacere. "Due cose mi interessano: la tecnica dell'amore e la tecnica dell'arte. E a tutte e due sono giunto con ingenuità e rozzezza. In tutte e due ho cominciato con eresie…" Decidere di fare arte, oggi, richiede un bel coraggio. Significa soprattutto esporsi, in un momento storico in cui nessuno invece ama particolarmente scoprirsi. E' anche per questo che l'arte degli ultimi decenni è cambiata tanto. Una volta si raccontava il mondo rappresentando vite altrui; ma ultimamente, sommersi da un'orgia di vite spettacolarizzate offerte da dritta e da manca, a piene vagonate, a quanto pare non riesce a provocare la reale ebbrezza del racconto se non mettendosi in gioco in prima persona. Ecco perché a partire da Gina Pane negli anni Sessanta per arrivare fino a questi suoi millanta epigoni del profondo rosso contemporaneo, il povero artista spesso non ha trovato di meglio che esporre il proprio corpo, meglio se offeso, se macilento, se omosessuale, e se poi è affetto da Aids sarà davvero un'apoteosi. "Il corpo è un nuovo corpo; la sessualità non è più una componente dell'uomo. E' qualcosa di diverso, una forma d'arte, di tecnologia, di invenzione umana." A fare arte, oggi, ci vuole un bel coraggio. O per tagliuzzarsi in diretta, farsi sparare in un braccio, farsi appendere a ganci da macellaio, sottoporsi in pubblico a cento pratiche vieppiù umilianti e degradanti, esporsi masochisticamente al ludibrio universale , e così via; oppure per la necessità di cercare ( non diciamo trovare) maniere sempre diverse e sempre più stuzzicanti, per uno e per tutti, di raccontare sempre quel famoso disagio di vivere, malattia congenita del genere umano. Per questo il rapporto col proprio corpo appare nevrotico, e tanti li vorrebbero modificare, mutare, o proprio cambiare del tutto. O perlomeno avere a che fare con un non-corpo. "Il sesso è un modo di rompere tra te e l'altro, il sesso è la maniera più diretta di comunicare. L'amore è ciò che si fa spazio tra le durezze della vita e il complicarsi dei nostri pensieri." In perenne crisi di astinenza da amore, e intanto abitati dal desiderio sessuale come tossicodipendente, ci dibattiamo su questa terra per trovare un senso alle nostre voglie insoddisfatte come alle nostre stesse soddisfazioni. E l'arte - ora pittura, ora cinema, ora musica, ora fotografia, ora scultura, ora danza, ora letteratura, ora prostituzioni più o meno ufficializzate - ci accompagna nelle nostre solitudini e ci conforta la riproduzione nell'esercizio delle nostre inquisizioni quasi sempre senza risposta. L'arte ha sempre una valenza sessuale perché è sempre espressione di una pulsione profonda di sopravvivenza del sé, anzi di di se stessi, di desiderio incontrollabile di propagazione incondizionata del proprio seme. Per questo l'arte, quando appare più violenta, è paragonabile tranquillamente a uno stupro. Perché mai, sennò, tanto spesso, spessissimo, tanta gente, tantissima, si sentirebbe "violentata" da qualche cosiddetta opera d'arte? "Lascia che il mio centro sia l'asse intorno a cui il tuo corpo gira… Lascia che io nuoti attraverso il tuo delta, attraverso le teste chine, lascia che assapori il nero sale della terra, che io sia un pesce. Ho bisogno del tuo mare. Lasciami mettere in scena uno spettacolo carnale nel corso del tuo mondo." Francesco Arena è un'artista d'oggi. Trentatreenne come Gesù Cristo, ha studiato all'Accademia di Belle Arti, produce video e installazioni, lavora molto con la fotografia. Anzi: dalla fotografia è partito, anni fa, e alla fotografia è tornato di recente, da un lato quale "semplice" fotografo professionista e dall'altro quale artista che usa il mezzo fotografico come mezzo, appunto, e non come fine. E' proprio in questo che il suo lavoro appare ancora più interessante. Utilizzando l'esperienza acquisita nell'esercizio della professione, Arena produce soprattutto dei grandi ed originalissimi still-life che trascendendo di molto la vacuità patinata delle consuete nature morte pubblicitarie. Giocando un po' con le parole, più che "nature morte" potremmo dire che le sue sono "culture vive", che pertanto possono anche urtare e far male. Sembrano morbide, ruffiane, lucenti, ma veicolano significati duri, artigliati, feritori. Anche per questo Francesco Arena è un'artista da seguire. " Il sesso si fa fuori dal corpo, dal tuo corpo. Non ho più bisogno di te. Voglio i nuovi corpi, quelli dei concatenamenti: donne, eterosessuali, gay, lesbiche, travestiti, transessuali, transgender." E' un artista da seguire perché ci parla del nostro presente. E il compito più preciso dell'arte è appunto scuoterci, farci riflettere, metterci in discussione, riscrivere il nostro presente in vista di un nuovo futuro. Con l'intuizione di chi combatte in prima fila, già qualche anno fa Francesco Arena aveva capito che questi nostri poveri corpi non ci bastano più, dannati perversi che non siamo altro. Con le sue fotografie aveva già cominciato ad esplorare il nuovo feticismo della società occidentale, per cui - dopo aver trasformato il soggetto in oggetto e, con il Pop, l'oggetto in soggetto - oramai soggetti naturali ed oggetti artificiali si intrecciano a formare un neonato soggetto/oggetto di desiderio, un po' naturale e un po' artificiale, dove ancora non si sa bene cosa sia più importante: se il corpo vivo che fa da piedistallo a un'arma pericolosa, a un vestito malizioso, a un soprammobile incongruo, o viceversa quella cerniera lampo, quelle catene con lucchetto, quello stivalone lucido, quella lama di coltello. Il nudo accademico, il bel corpo, resiste solo come ricordo, come sfondo, come scenografia, su cui si va a recitare qualcosa che fino a ieri si sarebbe definito inanimato, ma che oggi forse un'anima se l'è guadagnata. Ferruccio Giromini Le dichiarazioni di Francesco Arena sono tratte dal suo video AUTOBIOGRAFICA (1997)Dalla fotografia alle composizioni realizzate assemblando oggetti di produzione industriale, dal video alla installazione: gli interventi artistici di Francesco Arena (nato a Genova nel 1966) si muovono con naturalezza fra le modalità artistiche più consone alla contemporaneità. Sin dagli esordi che lo vedevano salire alla ribalta ventenne, nel 1986, con una serie di lavori fotografici incentrati su una ripresa non convenzionale del corpo, si poteva cogliere nella sua opera l'intento di sperimentare le possibilità inedite del mezzo impiegato e, insieme, l'aspirazione a condensare nell'immagine un messaggio capace di riflettere le tendenze culturali ancora sommerse del nostro tempo. Il corpo moltiplicato e slabbrato da Arena attraverso le sovrapposizioni dei negativi, declinava già, seppur embrionalmente, quel processo di "artificializzazzione" della componente fisica dell'individuo. In seguito la sua ricerca sembra essere passata gradualmente dall'identità fisica alla dimensione esistenziale della persona, tratteggiata con la mediazione di "pensieri sospesi e frasi inquietanti" che - come hanno scritto Paola Magni e Ludovico Pratesi, nel presentarne la partecipazione a "BLUE", una rassegna delle giovani tendenze italiane allestita nel 1998 in uno spazio adiacente alla multisala Cineplex - negli ultimi video "accompagnano le immagini, dando allo spettatore la sensazione di leggere nella mente dei personaggi, che si dilegua con essi, come in un sogno". Negli anni il suo percorso si è arricchito non soltanto di eventi incisivi sul piano della riuscita artistica come "Oltre", una installazione realizzata nel 1993 alla Galleria Leonardi V-idea, dove cento lampade da bricolage, sospese al soffitto, si accendevano illuminando l'immagine seriale di un cielo velato di nuvole, in un gioco ironico ove, una volta ancora, si artificio e natura si legavano inestricabilmente, ma di sempre più frequenti presenze in sedi nazionali ed internazionali. A partire dal ciclo di mostre promosse da Miriam Cristaldi agli inizi degli anni '90 sotto l'insegna dell'Arte come evocazione", all'esperienza con il gruppo ACE, Arena si è mosso tra Genova, Torino, Milano e Roma, e - fuori dai confini italiani ----- in Germania, in Francia, Svizzera e Danimarca. Ma a dare peso ad un pronostico favorevole sugli sviluppi futuri del suo lavoro è soprattutto la forza e la capacità di ferire raggiunta dalle sue immagini : come la grande foto appartenente alla serie "Still life for lifelike people" (1998), che raffigura due mani in atto di sorreggere un cervello inciso di sbieco da un lametta : una "messa a nudo" del vivere che dal cuore (e dal lacerante sentire) baudelairiano passa alla temperie "pulp" e cannibale del nostro tempo, per riportarci attraverso lo shock, oltre la cortina dell'indifferenza quotidiana. Sandro Ricaldone Lavoreremo con i colori del corpo visibile Varie tonalità vive della pelle, pallore, rossore, scura, rossa I rossi del sangue I verdi-blu delle vene, dei contenitori del sangue Le terre bruciate del fegato, i gialli dei reni I bianchi e i rari azzurri degli occhi, i marroni dei nei, i neri dei suoi occhi Le laccature lucide e nere dei suoi capelli Leggerissimi attraversati da linee di castano potente Lavoreremo con la carne di fuori e la carne di dentro Andremo a vedere E, guarda caso, saranno tutti colori caldi E guarda caso la bile.... Che colore hanno le secrezioni di bile? l’aggettivo è acido... ma il colore? ... ma è il tipo di luce e scansione che determinano la temperatura del colore. Scansioneremo caldo! Gabriel Ventaglio ...Nonostante la giovane età e l'attenzione verso codici e modalità espressive apparentemente lontane dalla tradizione formale e figurativa dell'arte sacra, Francesco arena non è nuovo a misurarsi sui temi della religiosità. Si ricorda Alterità, un'installazione di dieci fotografie e video presentata nella mostra Pose allestita nel 1993 nelle cappelle del sacro Monte di Varallo. in quel caso l'interesse di arena verso il sacro si sostanziava in una serie di immagini fotografiche che rispecchiavano le fasi della ritualità religiosa che scandiscono il tempo della vita (il battesimo, il matrimonio, l'eucarestia, l'ordinazione sacerdotale, l'estrema unzione, ecc.) intervallate da altre immagini provenienti dalla pubblicità, raggiungendo una totale asetticità analitica dell'artista sia verso i momenti della liturgia cattolica, sia verso i messaggi del consumo quasi a ribadirne la completa intersambiabilità. Un'atteggiamento di analogo rigore analitico e di distacco emozionale, supportato per altro da una forte componente di ambiguità che origina dall'indagine condotta dall'artista verso i temi della corporeità intesa spesso quale "carnalità", lo si ritrova in questa XI stazione, Gesù inchiodato sulla croce. Il "Sacro Cuore" di Gesù diventa un cuore reale in cui sono conficcati dei chiodi, i chiodi, altri chiodi, sono posati su uno specchio investito da una torbida luce rossastra che ne duplica e ingigantisce l'immagine. I codici linguistici dell'arte e della tradizione religiosa sono manipolati e proposti secondo le formule della pubblicità più edulcorata. Non a caso l'artista aggiunge al cuore vero rd agli anesi del martirio anche alcuni piccoli cuoricini di cioccolato fasciati di carta stagnola luccicante. In questa patinata fotografia dai colori brillanti, Arena fa passare come se si trattasse di una immagine di consumo un messaggio altissimo e difficilissimo, tuttaltro che banale, come la corporeità di cristo e il momento drammaticamente crudele della sua crocifissione, facendo raggiungere a questa metafora del dolore e della morte un effetto di spiazzamento fra l'iconografia religiosa consolidata nei secoli e la sua rappresentazione codificata attraverso i linguaggi della pubblicità. La sua fotografia viaggia "sulla stessa onda della comunicazione di massa, con la sua rassicurante gamma cromatica, specchietto per le allodole per gli occhi assuefatti dell'osservatore medio che troverà nei soggetti rappresentati spunti di tuttaltro impatto contenutistico ed emotico". Franco Ragazzi Francesco Arena opera da anni nel campo della fotografia, del video e dell'installazione. La sua ricerca, dapprima orientata principalmente sull'esterno, sull'analisi e scomposizione del corpo e delle sue possibili alterazioni sia in senso sia di potenziamento quale ad esempio il body-building, si è via via interiorizzata diventando introspettiva. La corporeità viene scandagliata nel suo lavoro come spazio di confine tra l'interiorità e l'esteriorità, diventando quasi una sorta di luogo neutrale di confronto dell'individuo con la realtà esterna. Ultimamente Arena è tornato alla fotografia e realizza grandi immagini che definisce tecnicamente "still life" ma che sono ben lontane dalla tranquillità patinata e pubblicitaria di questo stile. Colori violenti definiscono composizioni in bilico tra shock, feticismo e denuncia di mali e disagi sociali. In Still Life for lifelike people, l'ambiguità della comunicazione è giocata - attraverso un atteggiamento di manipolazione dei codici linguistici dell'arte- sulla scelta della tecnica pubblicitaria. Adottandone le immagini patinate e la peculiare impostazione rappresentativa, in queste foto l'artista spaccia per immagini di consumo messaggi dai contenuti tutt'altro che effimeri e superficiali. E la drammaticità di queste metafore di situazioni estreme di disagio, è ulteriormente accentuata dallo spiazzamento provocato dall'illusione di un modello di rappresentazione codificato e famigliare, come quello della pubblicità. Ciò che conta è il "tagliare" e il "modo" con cui si taglia. In realtà non vediamo complesso ed esteso, vediamo comunque "tagliato". E' il nostro modo di tagliare che definisce la nostra percezione delle cose. E ognuno ha propri mezzi. Necessariamente tagliamo per definire, tagliamo per comunicare, tagliamo per sintesi, tagliamo per capire. Tagliamo per costruirci. Arena "taglia" sospeso, emozionalmente asettico. Più che tagliare il suo è "stagliare": un definire preciso, oggettivo e "asentimentale". Staglia sui corpi, sui sentimenti, sui concetti; con intento contrario al sublime, sublima. Con morbido cinismo di taglio, assente apparente in giudizio, sottopone visioni. Fotografa corpi, più che di carne, materia e emozioni, di contorni: corpi di immagine. Corpi che si costruiscono, corpi che si dissolvono, che si alterano, corpi comunque di immagine. E dopo, gradatamente, il taglio va dentro, nella carne di dentro, e in un voler guardare più dentro. E torna fuori tra le cose, i prodotti, e compone "still life": grandi immagini patinate, pubblicitarie che non contengono prodotti bensì 'soggetti'. Soggetti 'pesanti', soggetti sociali, fermati comunque da anatomista oggettivo. Da catalogatore che sconcerta nel determinare un rapporto di impertinenza tra il 'contenuto' e il 'mezzo'. Immagini 'impertinenti' appunto. Apparenti paradossi, ma i paradossi, in quanto tali sono 'cartine al tornasole' e...catturano il pensiero. Nel lavoro di arena, però il 'risultato' , l'esito non è immediato, lampante, è 'mediato' anche da un tempo, ridotto comunque, ma tempo, il suo. Il tempo delle sue macchine, mentali e da ripresa; uno degli obiettivi è fermare appunto il suo tempo, con i suoi tempi, con le sue esposizioni, con i suoi tagli. Documentari a frammenti, belli già solo a vedersi, in quanto 'mediati' in estetica, che si scompongono in tasselli fermati, loghi e luoghi di tempo. Logos nel senso di parola: parole di tempo; loghi nel senso di marchi: marchi di tempo e luoghi nel senso di luoghi di tempo, contemporanei. Gabriel Ventaglio La galleria Andrea Ciani Arte Contemporanea di Piazza Scuole Pie 7/8, dal martedì al sabato dalle 16.00 alle 19.00, ospita fino al 28 aprile la personale Luoghi di tempo di Francesco Arena, artista genovese dal curriculum ricchissimo la cui ricerca espressiva, visibile in rete su http://francescoarena.rules.it, spazia dalla fotografia alla video art, dalle installazioni alla scultura. In quest'occasione sono esposte per la prima volta circa ottanta foto polaroid 9x7 cm originali, realizzate nell'ultimo decennio. La scelta di dedicare una mostra a questo particolare mezzo, spesso superficialmente considerato 'minore', nasce dall'attenzione dell'autore per la peculiarità della tecnica: a differenza delle già note foto del ciclo Still life for lifelike people, più costruite, preparate con lay out e disegni, le polaroid sono il risultato di scatti rapidi, realizzati senza poter visualizzare chiaramente l'inquadratura. Per l'inevitabile immediatezza e la velocità di concezione, sono scatti più 'caldi', emotivi. Per Arena le fotografie sono allegorie fuorvianti, luoghi, loghi e logoi della paradossale oggettualizzazione di una realtà fittizia. Ideare un mondo ipotetico, sfidare gli ostacoli della rappresentazione: questo è il vero momento creativo, prima che lo sviluppo dia origine al manufatto. In questo senso, la polaroid riduce la distanza tra il pensiero e il prodotto tangibile, è un'astrazione concretizzata all'istante, un'idea reificata, quasi un action painting. Nei lavori esposti, divisi in tre installazioni principali, è il corpo il filo conduttore della ricerca. Il primo gruppo di scatti, del novanta, propone ed oppone immagini di corpi 'viventi' e di statue, fotografati in modo che il movimento della macchina o del soggetto evidenzi l'ambiguità visuale di vita ed artificio. Nella serie di scatti successiva, l'attenzione è focalizzata sulla gestaltica, sull'autorappresentazione dei soggetti, in particolare sullo "sconfinamento" gestuale da un'ipotetica identità sessuale preconcetta. L'ultimo gruppo, coerente con la ricerca degli ultimi anni sulle still life, raffigura soprattutto oggetti, consacrati in chimere di consumo dall'uso dell'iconografia pubblicitaria classica. Arena è anche pittore, e si vede benissimo: le immagini sono pensate come quadri, sono accademiche, equilibrate, perfette, hanno luci, controluci, spot per illuminazioni mirate, colori puri e luminosi, spazi accuratamente bilanciati. A prima vista, sono splendide immagini patinate, che trasudano ottimismo e lusso. Alla seconda occhiata, è in agguato la nitida violenza dei soggetti, immagini shock che l'eleganza della fotografia potenzia esasperando l'impatto emotivo con il contrasto antinomico. Si tratta di una ricerca in fìeri espressa anche nei due video in mostra, 'still life' ad inquadrature fisse nello stile dell'omonimo ciclo di foto, nelle quali un unico elemento compie o subisce un movimento minimo contraddicendo il titolo stesso. Arena usa l'arte come un grimaldello, che scardina i parametri oggettivi e mette in discussione il rapporto stesso tra visione e vedente. Oggetto e soggetto, 'cosa' ed universo poetico, tutto viene posto sullo stesso piano, con l'azzeramento dell'emotività della visione. Perché le immagini sono autoritratti spietati. "I gentiluomini scattano polaroid/ e s'innamorano/ soffiami dentro la vita" canta David Sylvian in Gentleman take polaroids. Così gli oggetti sono alter ego meno implicanti e indifesi dell'anima, che possono essere spacchettati con lo sguardo svolgendo via via i successivi livelli di lettura, se come dice Arena tutti, più o meno consciamente, ci confezioniamo. Valentina Caserta Il senso e la riflessione di fondo, sottesi all'installazione dell'artista genovese, si colgono immediatamente di fronte alle tre copie uniche di video (uniche perché tutte riprese in diretta dello stesso soggetto), rispettivamente della durata due di 60 e una di 180 minuti. E' così che Arena formalizza quei luoghi di tempo cui allude il titolo della mostra, ma non è tutto. Infatti la scena ripresa focalizza il soggetto mobile di un pesce rosso in un bicchiere accanto al soggetto fisso di un secondo bicchiere contenente vistosi chiodi da carpentiere; altri chiodi sono appoggiati a un fondo specchiante: il tutto sembra sospeso nell'aria. Prende così evidenza l'utilizzazione ribaltata del video, che sostituisce allo scorrimento la fissità falsamente fotografica dell'immagine, mentre l'unica storia in divenire resta quella delle eleganti evoluzioni acquatiche del pesce rosso, ovviamente differenti nelle riprese. Il resto dell'installazione si realizza a parete, dove 80 polaroid, suddivise in cinque sequenze ricoprenti una produzione decennale, tematizzano una gestaltica del corpo e un'espressività del gesto, sessualmente connotato, ma con proiezioni incrociate del maschile sul femminile e viceversa. Nella serie Emergency beautiful i soggetti manipolano nevroticamente oggetti. Elaborando una tecnica di ripresa che tende a sfumare l'immagine di una statua in quella di un corpo reale, nei due sensi, soprattutto ricorrendo a un mezzo diretto come la polaroid, Arena non cessa di denunciare la pretesa veridicità e la manifesta ambiguità del mezzo fotografico. Viana Conti Luoghi di tempo è il titolo della personale di Francesco Arena allestita da Andrea Ciani. Gli agili scatti polaroid elegantemente esposti offrono uno sguardo d'insieme sulla ricerca fotografica condotta dall'artista da anni intorno all'immagine del corpo. L'isolamento del dettaglio e del gesto sono il punto d'arrivo di un'indagine linguistica in cui mani e bocche alludono alla mimica della pornografia più spinta: operano divaricazioni, si lasciano deformare da corpi contundenti, stringono morbidi oggetti kitsch fino a inturgidirli. Insomma c'è una diretta componente espressiva in questi brani di corpi maschili e femminili soli sullo sfondo buio che si disfano in luci rosse tanto intense da enfiarne i contorni. Narciso e Onan. Un video che anticipa i futuri sviluppi del lavoro dell'artista completa la mostra. Si tratta di un vero e proprio Still Life parzialmente in movimento: una boccia di pesci rossi e una coppa di cristallo piena di chiodi diventano attori di una trasformazione luminosa di nitore cristallino, operata con la maestria di una consumata pratica professionale. Massimo Palazzi La rielaborazione estetica della realtà, filtrata dal bombardamento di immagini al quale siamo quotidianamente sottoposti, determina sempre più spesso un uso allargato e differenziato nel campo artistico e contemporaneo di media "tecnologici" quali la fotografia e il video. Tali strumenti offrono infatti all'operatore visivo non solo garanzie di neutralità documentaria, ma anche una vasta gamma di potenzialità espressive per decodificare la complessità del reale. Ed è proprio in questo ambito sperimentale che si indirizza la ricerca artistica di Francesco Arena del quale sono esposte in questi giorni presso Andrea Ciani Artecontemporanea, due distinti cicli fotografici. Arena ha scelto infatti di operare sulle ambiguità dell'odierna società della comunicazione e, di conseguenza, sulla confusione percettiva attraverso la quale spesso interpretiamo l'indistinto flusso di messaggi visivi provenienti dalla tv, dai giornali, dalla pubblicità e dall'arte. Questa sua analisi sulle nostre disfunzioni percettive da tempo appare focalizzata sul tema del corpo, inteso come luogo simbolico di un collettivo impedimento ad interpretate correttamente il mondo esterno e la nostra stessa coscienza individuale. Nella serie fotografica degli anni '80 un serrato confronto tra corpi nudi e sculture mette in discussione la nostra capacità di discernere tra naturale e artificiale, dal momento in cui la connaturata immobilità della statua si anima di tensioni dinamiche, mentre il naturale movimento dei corpi si irrigidisce in una cristallizzazione plastica. Nelle opere più recenti il corpo è analizzato invece come luogo di esplorazione di sentimenti e di emozionalità il cui senso lascia sempre spazio a molteplici interpretazioni. In entrambi i casi l'immediatezza di ripresa della polaroid è in realtà stravolta da un elaborato dosaggio dei tempi di preparazione dell'inquadratura e da uno studiato gioco di illuminazione. Una distorsione delle intrinseche qualità espressive del mezzo tecnico che si ritrova anche nel video in mostra; in esso l'inquadratura fissa della telecamera intende simulare la raggelata atmosfera di uno still life pubblicitario, ma l'inganno percettivo è rivelato a margine dell'immagine dal lento movimento di un pesciolino in una vasca di vetro. Matteo Fochessati From: gventaglio@libero.it To: francesco.arena@libero.it Subject: voglia di pubblicare sulla tua pagina del catalogo esattamente ciò che vedi sotto compresi le intestazioni e-mail e senza firma Date: Sat, 7 Giu 2001 03:14:53 +0100 X-Mailer: Microsoft Outlook 5.00.2615.200 Importance: Normal Sospensione, immobilità, estraniamento, raffreddamento, come se gli oggetti e il nostro quotidiano fossero ribaltati in una dimensione spazio temporale rarefatta e surreale che li carica di senso, li riformula in nuova vita, molto glamour, trend, confezionata dalle modalità dell'immagine patinata; ma è solo apparenza, è solo mezzo, è solo metodologia. Nei miei lavori, fotografici e video non esiste il tempo e non si conosce il luogo, si riconoscono solo i nostri oggetti, i nostri feticci, la nostra merce che così bene ci caratterizza e ci specifica in un gioco di richiami continui al nostro privato, alle nostre relazioni ai nostri sentimenti, alle nostre sensazioni; la visione è rarefatta e estremamente costruita, guidata in uno specifico dove difficilmente ci potremmo ritrovare per caso. Gli oggetti ritratti e gli elementi usati tendono a disperdere le caratteristiche prettamente figurative per muoversi in un'astrazione mentale a cui tentano di dare "disciplina" con un "addestramento" sensoriale mirato all'immaginario e all'immaginazione del fruitore. Disciplina per un'igiene del pensiero e addestramento per abituarci alle nuove connessioni e al nuovo aspetto del mondo…che diventa metafora di altri significati a volte molto più inquietanti del loro apparire; si agganciano aggrappandosi alle nostre percezioni, modificandone il senso e creando "segni " personali, "…uno spazio di confine tra l'interiorità e l'esteriorità, diventando quasi una sorta di luogo neutrale di confronto dell'individuo con la realtà esterna." L'immagine fotografica di Still Life o i video dei Luoghi di tempo, con il loro aspetto prettamente rivolto all'immagine di consumo, sulla scelta della tecnica pubblicitaria, insinuano messaggi che per la loro impostazione rappresentativa sono ambiguamente effimeri e superficiali, manipolano i codici linguistici dell'arte; le polaroid di body of evidence o emergency of beauty, con la loro immediatezza tecnica e visiva, ricreano "corpi di immagine", scansioni apparentemente asentimentali che si ricompongono nella loro totalità grazie al valore dei singoli frammenti; diventano quindi dei territori mentali liberi e rinnovati costituendo le lettere per riformulare possibili nuove associazioni di senso "…Ciò che conta è il "tagliare" e il "modo" con cui si taglia. In realtà non vediamo complesso ed esteso, vediamo comunque "tagliato". E' il nostro modo di tagliare che definisce la nostra percezione delle cose." p.s. metti i riferimenti al tuo testo tra virgolette e correggi pure, se trovi errori o ripetizioni, carta bianca, un bacio francis ... il testo è buono; d'altro canto ho sempre pensato che debbano essere gli artisti a comunicare il proprio lavoro, altri possono interpretare o gettare impertinenze, come me. Ma...ieri mi parlavi di filo spinato; eri qui a disegnarlo sul vetro, ieri, ti sei anche ferito. 'Igiene del pensiero' capisci...lo puliamo pure, il pensiero! Prima di darlo al mercato. E io sono qui ad 'espandere' tracce, impagino il catalogo, scarico il tuo testo, impagino le tue immagini, taglio le tue foto, ti scrivo, mi scrivo, rispondo e mi leggo tra virgolette e mi guardo e ti guardo e non ci vedo, ho davanti un monitor: è 'strano', multimediale e in sincrono. Capisci: è un luogo, sto creando o meglio, definendo un 'luogo'; è una dimensione composta da vari elementi e azioni e pensieri... Luoghi di sinapsi in corsa o in affanno, non so e mi scappa da ridere! E decido di inserire questo 'dialogo' scomposto, a pezzi e a ricordi sulla tua pagina. Tra questo verde acido che non sembra per nulla 'buono'... E una torre di babele, comunque leggibile e di un grigio profondo: uno spazio 'particolare', comunque di comunicazione. Ma dov'è questo spazio, nel mio o nel tuo cervello o è in questo monitor? E gli altri lo vedono? e... - ti ricordi - "che colore hanno le secrezioni di bile? Acido e i gialli del fegato? Andremo a vedere e Scansioneremo caldo". E solo un gioco di incastri e alimentazioni, flash e rimandi dejavù e megavideogiochi, è solo un gioco, ma... io sono di carne! E anche tu..è per quello che ti sei ferito ieri. Ciao p.s. non sono che il frutto di una serie di circostanze e... di alimenti. Versione integrale del testo preparato per la mostra, la parte in grassetto, in corsivo e l'intestazione mail non sono state pubblicate Si chiama Fotorom@nzobiotecnologico e debutterà il 6 maggio sul web. E' l'ultima fatica di Francesco Arena, giovane artista genovese, che ha organizzato una complessa operazione artistica, scandita in diverse fasi e che ha coinvolto direttamente il gruppo di musicisti e performer Pornoschock. Ed il web è il grande protagonista del progetto: Arena ha scelto un'operazione di Fotorom@nzobiotecnologico è dunque una performance cominciata con la stesura di un testo, il plot, l'individuazione dei quattro personaggi i quattro elementi dei Pornoschock: Domino, Giallo, Alex e Daisy- la realizzazione delle fotografie, la Michela Bompani "Vedute verso l'esterno e verso l'interno sul cielo e nelle stanze di allegra disperazione" (dal titolo di una cartella di incisioni di Georg Klusemann) Sandra Solimano Un museo senza collezione è davvero un museo? Quando il Museo di Villa Croce fu inaugurato (nei primi anni 80) qualcuno teorizzava il museo senza collezione, un open space crocevia di esperienze in tempo reale. Poi i tempi sono cambiati e si è tornati a riconsiderare con crescente attenzione il "patrimonio", il bene culturale acquisito e custodito come preziosa memoria e traccia, sia pur labile, del passaggio dell'uomo sulla terra in un certo momento della storia. Parallelamente, nell'arco di poco più di un decennio, Villa Croce, inaugurata senza patrimonio, costruiva la sua collezione a cominciare da una collezione privata, quella di Maria Cernuschi Ghiringhelli, moglie di Gino, pittore e proprietario della galleria del Milione a Milano. Dagli anni '30 agli anni '80, la signora aveva comprato con grande passione e senza molte incertezze arte astratta (o meglio aniconica): dagli astrattisti italiani esposti al Milione negli anni '30 (Licini, Magnelli, Melotti, Munari, Radice, Reggiani, Soldati) ai protagonisti delle ricerche concettuali e percettiviste degli anni '60 (Agnetti, Fontana, Manzoni, ma anche Jochims, Girke, Megert) alla Nuova Pittura degli anni '70 e '80 (Martini, Vago, Verna). La collezione è in realtà ben più ampia e ricca di quanto io non l'abbia descritta: 250 opere e dietro ciascuna un frammento di storia individuale e collettiva, ma non è questo l'argomento di cui si vuole parlare in questo testo. Alla collezione di Maria Cernuschi si sono aggiunte negli anni molte opere di artisti genovesi e liguri attivi nel corso del '900: nuclei quantitativamente cospicui come quello dedicato alla Poesia Visiva e alla Nuova Scrittura, movimenti particolarmente significativi nell'ambito della ricerca artistica tra anni '60 e '70 in Italia e a Genova, e nuclei più o meno consistenti che documentano il lavoro di ogni singolo artista, da quelli della generazione degli anni '20 a quella degli attuali trentenni. Chi vuol conoscere o studiare la storia dell'arte del secondo '900 a Genova e in Liguria non può non visitare il Museo. Altre opere, assai meno numerose, sono rimaste dopo essere state esposte in mostra: è il caso recente delle opere degli artisti Fluxus (Philip Corner, Ben Patterson, Ben Vautier), protagonisti della grande rassegna organizzata nel primo semestre 2002, o, per ricordare passaggi più lontani nel tempo, del puzzle di Ugo Nespolo o del dipinto dedicato a Liza Lyon da Tadanori Yoho-ho. Ad oggi i pezzi della collezione sono oltre 3000, hanno invaso e occupato un piano della villa, sono visitabili e visitati, ma non sono esposti in permanenza. Chi li vuole vedere può accedere ai depositi consultabili: aprire e chiudere rastrelliere, aggirarsi cautamente in mezzo alla piccola popolazione, silenziosa e un po' inquietante, delle sculture così come hanno fatto gli artisti che partecipano a questa mostra, restandone indiscutibilmente colpiti, oserei dire anche un po' affascinati, come ogni artista io credo di fronte al Museo, amato e odiato destinatario del suo lavoro. Anche se la mia "denominazione ufficiale" è quella di "conservatore" confesso che il mio rapporto con le collezioni del Museo è rispettoso e partecipato, ma spesso un pò distratto, come capita con le persone di famiglia. Ci sono opere che amo moltissimo e che sono molto fiera di aver contribuito ad acquisire, ma dopo tanti anni passati ad organizzare mostre non posso negare che il diapason dell'interesse vibra per me in maniera insolita di fronte alle opere scelte (trovate per indizi, per fortuna o per caso) negli studi degli artisti, nelle case, nei magazzini delle gallerie d'arte, corteggiate e ricercate come altrettante parole di un discorso che è poi la mostra che sto organizzando in quel momento. Paradossalmente queste opere mi inducono ad un atteggiamento da autentico "conservatore": mi preoccupo della loro "freschezza", mi inquieto per il "consumo" cui le sottopone il pubblico non meno che per l'inevitabile "calo d'attenzione" dello staff dopo il momento magico della Vernice. La loro presenza temporanea, il piacere effimero di "possederle" per un breve tempo, me le rende inevitabilmente più amabili di quelle destinate a rimanere per sempre. Non so quale sia l'atteggiamento dei colleghi che, da un diverso punto di vista, lavorano con me a questa mostra. Per quanto mi riguarda è senza dubbio un'intrigante occasione di mescolare la mia doppia identità di conservatore e di curatore di mostre, l'occasione di un viaggio nelle collezioni attraverso lo sguardo diverso di artisti di oggi che, devo dire, non hanno affatto deluso le mie aspettative rispetto a questo dialogo a più voci. È abbastanza ovvio che sia più facile per me parlare degli artisti italiani: con alcuni ci conosciamo da tempo, e comunque il confronto e lo scambio di idee è indubbiamente facilitato. Eppure una prima considerazione riguarda gli artisti di Monaco, che in gran parte conosco sino ad ora solo attraverso i cataloghi e le informazioni di Erno Vroonen. La mia sarà quindi una considerazione generalizzante, e in quanto tale sicuramente imprecisa, ma mi è sembrato di cogliere in tutti loro un approccio al Museo e alle sue opere totalmente disinibito, per certi aspetti del tutto indifferente alla dimensione della storia dell'arte, quasi che le opere fossero assunte come altrettanti Objets trouvés, come qualunque altro oggetto che si possa trovare in qualunque altro posto. Per certi aspetti la cosa si spiega facilmente: guardare da una situazione di lontananza fisica e culturale libera da qualunque forma di coinvolgimento (in positivo e in negativo); il museo di Villa Croce non è il "loro" museo; gli artisti e le loro opere non hanno a che vedere con la "loro" storia. (...) Il rapporto tra Francesco Arena e Claudio Costa è pur esso un rapporto di conoscenza intellettuale e personale visto che le loro biografie si sono brevemente incrociate e, come molti artisti genovesi della sua generazione, Francesco ha subito il fascino carismatico di Costa e della sua impossibile ricerca alle radici dell'uomo e della sua esistenza. Quando Costa realizza Il Combattimento tra cuore e cervello è quasi al termine del suo percorso esistenziale (bruscamente interrotto dalla morte nel '95). L'opera fa parte di quel work in regress che lo induce a ripercorrere le tappe del suo lavoro: l'antropologia e il primitivismo, l'inesorabile fluire del tempo che consuma e cancella la memoria delle cose e delle persone, il cuore e il cervello come motori, spesso in contrasto tra loro, delle azioni dell'uomo. Cuore e cervello sono peraltro due "reperti" umani o, come lui stesso preferisce definirli, due "contenitori" utilizzati abitualmente da Arena nella serie Still-life, iniziata nel '97 e tuttora attiva, in parallelo con altre, secondo una prassi consolidata dell'artista. Come Costa anche Arena, al di là della terminologia fredda e anatomica a lui più congeniale, utilizza cuore e cervello come simboli o metonimie dell'uomo. Qui si fermano le sintonie e le affinità di contenuto che costituiscono le ragioni di una scelta. Per il resto Arena si attesta al polo opposto di Costa: non c'è materia nel suo lavoro, semmai l'immagine sempre più leggera della foto e del video; non c'è speranza, per quanto impossibile; tantomeno la lunga storia dell'uomo e della sua evoluzione come chiave di volta dell'enigma, ma una assoluta adesione alla contemporaneità come unica dimensione dell'esistere. Il paradosso di Arena è che, mentre dichiara di utilizzare la fotografia per registrare asetticamente la realtà, al limite per focalizzare uno stato di disagio e porlo sotto gli occhi di chi guarda, di fatto crea immagini mentali, visionarie, surrealiste, costruite sul set con espedienti scenici invisibili, con un buon mixage di incongruità e, perché no, anche di tracce dell'iconografia popolare (o della sua memoria). Di questo paradosso in realtà Arena è perfettamente consapevole e se ne serve per veicolare un messaggio ambiguo che traveste nelle forme più glamour e levigate della foto pubblicitaria contenuti agghiaccianti, dai risvolti vagamente sado-maso dato che quei cuori e quei cervelli, circondati da filo spinato, stimolati da spilli, lamette, elettrodi, incartati nella pellicola trasparente per essere conservati nel frigorifero di casa e poi magari consumati come appetitose pietanze dall'Hannibal di turno sono i nostri cuori e cervelli, e anche i suoi. Il suo cuore e il suo cervello non combattono la romantica battaglia di Claudio Costa tra raziocinio e passione: sono solo due pezzi dell'uomo che lo rappresentano in toto e resta difficile credere alla sua non volontà di dare messaggi e alla possibilità di leggere l'elettrodo anche come un utile strumento per rivitalizzare un organo un po' impigrito! Così come le bocche che faticosamente si aprono e si chiudono, nel video Respiri (Luoghi di tempo), non possono non rimandare alla fatica anche fisiologica del vivere, non diversamente (stupisce l'analogia certo non ricercata) dal faticoso respirare delle superfici incollate di Costa che dagli anni '70 dilatano e comprimono la tela al variare dell'umidità atmosferica. Esistono sintonie più o meno consapevoli, sensibilità che dialogano involontariamente, a distanza. Percorsi fra le opere Franco Sborgi Questa mostra è nata dall'intenzione di rafforzare un dialogo culturale ed operativo fra due storiche città europee che manifestano sempre più ricorrenti situazioni di scambio. L'idea sviluppatasi già durante i primi incontri era quella di istituire un rapporto fra istituzioni pubbliche e private delle due città, che desse vita ad uno scambio di situazioni artistiche, proponendo un confronto anche se necessariamente parziale, nella sua prospettiva, data la necessità di limitare le presenze agli spazi disponibili fra l'operatività di artisti dei due paesi. Tale confronto intendeva infatti offrire uno sguardo simultaneo, per così dire, fra artisti in gran parte affini generazionalmente ed aperti alle dinamiche contemporanee della ricerca, proponendo contemporaneamente le loro opere nelle due sedi espositive. A questa esigenza di confronto, si è assommato un ulteriore elemento di relazione, come si spiega meglio negli altri testi che introducono il catalogo: quello cioè di suggerire ai dieci artisti un tema di riflessione comune, ma non vincolante, partendo dal contesto spaziale e dal patrimonio delle collezioni del Museo di Villa Croce, prima sede della rassegna. Ciò avrebbe potuto offrire interessanti e diversificate suggestioni sul modo di rapportarsi, da parte di artisti di paesi con culture diverse, ad un patrimonio artistico come quello che si è andato costituendo negli anni nel Museo di Villa Croce, assai variato nel proporre esperienze delle diverse avanguardie del Novecento (Magnelli, Fontana, Licini, Agnetti, ecc.), insieme ad opere più tradizionali e ad altre ancora legate più direttamente al contesto ligure, in un arco di tempo che va dagli anni Trenta, all'immediato dopoguerra e si estende fino ai giorni nostri. Si trattava certo di un confronto non facile, ma a cui gli artisti hanno risposto con specifiche riflessioni: anche se sono diversi i gradi di coinvolgimento e le modalità di relazione proposte dai vari artisti, che hanno scelto gli spazi e le forme a loro più congeniali: da confronti diretti, anche se fortemente metaforizzati ed analogici, fino alla proposta di proprie opere messe in relazione con lo spazio stesso del Museo. (...) È il caso, ad esempio, di Flex, che pone la riflessione sull'immagine dell'intero 'contenitore', pur partendo da una riflessione sull'opera di Fontana; o di Lorenz, che collega i propri rifacimenti concettuali da Friedrich, attraverso proiezioni, con opere del museo; mentre più specificamente allusive alle opere sono le realizzazioni di Ghiglione (Agnetti), Dany Paal (Fontana); Arena, che presenta alcuni richiami all'opera di Claudio Costa; o, ancora, Stephanie Pelz con i suoi ironici e spiazzanti contrasti. Ma vi sono anche alcuni, come ad esempio Wittenborn, che presenta la sua incombente opera in una pura relazione spaziale con la sala di esposizione; od altri ancora che istituiscono relazioni più mentali, proposte attraverso il distacco dell'immagine fotografica (Timtschenko, Flex, ecc.): ma sono solo alcuni degli esempi possibili, come più specificamente illustrano i testi critici del catalogo. Una diversità di modi che, naturalmente, non poteva non verificarsi, a meno di istituire troppo limitativi vincoli di relazione, proprio per le diverse concezioni operative dei singoli artisti. L'esperienza, alla fine, è risultata tuttavia interessante, proprio per questo carattere di 'diversità' di rapporto con la storia dell'arte, che finisce indubbiamente per sottolineare le diverse matrici culturali ed operative. Ma al di là di questi fattori, e delle specifiche posizioni più puntualmente analizzate altrove , la mostra ci sembra che si presenti, nei limiti del possibile, con una sua ulteriore unitarietà problematica: testimone di un procedere operativo che può essere visto come un atteggiamento affine, in cui prevale lo spirito di ricerca e che, pur ben differenziato nella specificità dei linguaggi, sembra avere molti punti in comune, al di là delle singole connotazioni regionali. Innanzitutto il carattere evidente di un diffuso spostamento dell'operatività verso un'articolata riflessione sul linguaggio dell'arte e, più specificamente, sul concetto stesso dell'operare (si veda in proposito la specifica riflessione condotta da Massimo Palazzi sul linguaggio delle avanguardie più recenti). Ci sembra un atteggiamento comune, del resto, non solo a questa specifica situazione, ma più generalmente caratteristico di molte delle esperienze di ricerca internazionali di buona parte di quest'ultimo decennio. Un atteggiamento che se può, a prima vista, richiamare le riflessioni sul linguaggio di tipo concettuale e post-concettuale degli anni Sessanta/Settanta, in realtà se ne distacca nettamente, sia per il suo forte grado di riflessione sulla realtà che, allo stesso tempo, per una certa 'fattualità' che contraddistingue queste esperienze: un Duchamp, meno seriosamente interpretato, sembra essersi unito a Beuys per riconfigurare il rapporto di lettura della realtà. Altro elemento abbastanza comune è, del resto, il frequente affidare la verifica di questa riflessione ad una multimedialità che moltiplica i piani di relazione e di rispecchiamento, foto, video, installazione, ecc. , che sembra essere sempre più strutturale nell'opera stessa, e sempre meno strumentale e tecnicistica. Il tutto in una stretta relazione che coinvolge in modo primario il rapporto di riflessione con lo spazio e le sue relazioni col soggetto. La foto e il video proposti cioè come strumenti per evidenziare una relazionalità 'altra' con le cose e con gli spazi in cui si è immessi, a proporre nuove dimensioni di potenzialità comunicativa e aperta (Arena, Flex, Timtschenko, Palazzi, ecc.). La pittura stessa (abbastanza rara invero, in quanto esperienza a sé stante, nelle opere di questa generazione), come nel caso di Dany Paal sembra diventare teso strumento di una nuova relazione con lo spazio e di una sua scansione conoscitiva attraverso il colore. Ma anche quando prevale la presenza fisica dell'oggetto, come scultura, come nel caso di Tobias Wittenborn, esso riqualifica fortemente, col proprio materiale, lo spazio, dandone per contrasto una nuova possibile leggibilità. La stessa concettualizzazione della 'macchina ossigenata' di Ghiglione non può che presentarsi, come proposta di una nuova disponibilità di "sguardo" sulla realtà, come lo stesso artista sottolinea nel suo richiamarsi ad Agnetti. Conclusivamente, gli stimoli sono molti ed incrociati: questo intreccio di relazioni non solo fra artisti e spazi, ma anche fra le diverse posizioni ed anime culturali che sono confluite nel processo organizzativo della mostra, è auspicabile non solo che si ripropongano sempre più frequentemente nella nostra città, e che si trasmettano, come nuovi stimoli e sensazioni per il pubblico e in particolare per i giovani. Cinque esperienze a confronto Matteo Fochessati I cinque artisti liguri selezionati per la mostra "Dallo scirocco al Föhn", nonostante le differenze linguistiche e i diversi percorsi culturali sui quali sono improntate le loro ricerche, sono uniti, oltre che dall'appartenenza ad una specifica area generazionale, da una comune riflessione sulle modalità espressive del sistema dell'arte e da una puntuale indagine sui codici linguistici dei media utilizzati. In tale ambito appaiono determinanti nella connotazione del loro lavoro caratterizzato da un approccio estetico sperimentale che spesso combina le tipologie di varie forme di comunicazione la flessibilità e la versatilità nell'utilizzo di differenti tecniche, materiali e media, tra i quali spiccano in primo luogo la fotografia e il video. È risultato quindi stimolante, da parte dei curatori della mostra, invitare questi cinque artisti a confrontarsi direttamente con le raccolte del Museo d'arte contemporanea di Villa Croce. Da questo incontro tra la loro ricerca e il patrimonio artistico di questa collezione che, nella sua complessità, documenta lo sviluppo delle principali esperienze visive contemporanee dalle ipotesi figurative del Novecento italiano fino alle più recenti tendenze formali era infatti auspicabile che potessero scaturire inediti spunti di lettura delle opere conservate a Villa Croce e nuove e stimolanti interpretazioni del loro stesso lavoro. Queste aspettative sono state pienamente confermate dalle opere presentate in mostra e analizzate in maniera più approfondita, in catalogo, dai testi critici di Sandra Solimano e Franco Sborgi. Quello che risulta, invece, qui importante evidenziare è che l'elaborazione di tali esperienze non nasce da una causale coincidenza con il tema della mostra, ma dallo sviluppo di una serie di indagini impostate, come si diceva, sull'analisi degli autonomi riferimenti estetici del sistema dell'arte e dal loro confronto con le differenti forme della comunicazione contemporanea. (...) Nel caso della ricerca fotografica e video di Francesco Arena, l'osservazione delle ambiguità percettive che si innestano tra differenti campi espressivi si focalizza principalmente sulle forme di comunicazione dell'odierna società di massa, ormai definitivamente caratterizzata da un'esplosiva e dilagante produzione di immagini. Due sono le principali direttrici di questa analisi sulle disfunzioni del contemporaneo sistema mediatico: da un lato un progetto globale di interventi volti ad esplorare le relazioni tra il messaggio fotografico e le tipologie linguistiche della pubblicità, dall'altro il lavoro sul tema del corpo, assunto come espressione simbolica del nostro strutturale impedimento ad interpretare correttamente la realtà. Nel primo contesto operativo, Arena predispone una simulazione percettiva nel manipolare i modelli di rappresentazione della pubblicità, utilizzati per trasmettere una serie di messaggi che non appartengono al contesto consumistico, ma che piuttosto colgono, attraverso una scelta di immagini di forte impatto visivo, le contraddizioni laceranti della società contemporanea. A questo ambito di interventi si riferisce la serie fotografica che l'artista ha scelto di mettere a confronto, in mostra, con un'installazione di Claudio Costa nella quale sono presenti alcuni temi iconografici ricorrenti nella sua ricerca. Tale impostazione rappresentativa ritorna anche in alcune installazioni video, nelle quali il concetto della trasgressione linguistica e dell'inganno ottico verte principalmente sulle qualità espressive del mezzo tecnico; la ripresa ad inquadratura fissa della telecamera blocca infatti la dicotomia tra un'apparente staticità, che simula la freddezza dello still life pubblicitario, e un più o meno frenetico movimento di natura organica (le espressioni facciali di un viso o il lento moto natatorio di un pesciolino rosso in una vasca). Nelle opere centrate sul tema del corpo, in evidente correlazione con gli interventi descritti in precedenza, si accentua ulteriormente la problematica dell'indistinzione tra naturale e artificiale, rappresentata, in questo caso, da un alterazione visiva che lascia spazio a più interpretazioni sul vissuto individuale e collettivo sondato dall'artista. (...) Mio carissimo, è sorprendente come ogni volta che comincio a scriverti, riesca a percepire distintamente il mescolarsi dei nostri pensieri… anche l’altro giorno mentre ti parlavo a proposito dei colori della mente e di come sarebbe stato bello riuscire a definire senza parole… Strano vero? Eppure sono le parole,i codici che definiscono,se non c’è significante a poco a poco si perde anche il significato. E’ per questo che la convenzione possiede di per sé una qualità innegabile: ci permette la comunicazione. Comunicazione che, a seconda del livello di possedimento della convenzione, può avvenire su vari piani. Ma, talvolta, pur usando lo stesso codice, la lingua parlata tra gli interlocutori è diversa, ed è per questo che spesso l’aggiustamento della com-prensione può essere difficoltoso. L’ideale sarebbe fornire la chiave d’accesso a chi ci sta di fronte, ma ciò non sempre è facile ,possibile e giusto, soprattutto quando ciò che si comunica è poesia, cibo dell’anima per eccellenza. Indubbiamente i codici mi affascinano e io e te ci somigliamo cosi tanto…inevitabilmente non posso fare a meno di pensarmi come un abitante di una tribù fuori dalla storia e quindi di pensarti come colui che ,con la sua tecnologia,cattura l’anima delle cose e delle persone,la ferma ,la fissa in un’immagine,la fa propria… Superiamo, ma non dimentichiamo, il codice, semplicemente eleviamoci sopra di esso. Mi piace pensare che la tua poesia sia da assaporare in una sorta di stato di ekstasi-superstitio ovvero separando per un attimo la materia dall’anima, la convenzione dalla comunicazione. E’ stato così, in questa mia apparizione onirica molto personale, che ho sentito, nell’osservare le tue immagini, la passione del tormento nella ricerca dentro e fuori e poi di nuovo dentro di te. Sei per me un esploratore di mondi nuovi o meglio di vecchissimi (malgrado le immagini e le invenzioni di sorprendente modernità cosi legate ad una visione estremamente contemporanea) e di atavici luoghi della mente, del cuore, della carne. Tu sai che tra le tue immagini-poesie quelle che preferisco fanno parte della serie “Still life for lifelike people”. Cervello,cuore , carne. Ragione, emozione, sensazione. Più scandalose di un nudo.Più glamour di una rivista di moda. Più ammiccanti di una pubblicità. Ossimori geniali. La carne tormentata da oggetti che la dilaniano, il rosso del sangue,per altro colore dominante anche nella serie “Emergency of beauty”, racchiudono in sé la terribile dolcezza del pathos, della morte, dell’eros e hanno qualcosa di indiscutibilmente sacro, molto vicino alla magia di uno stregone che opera un rito di passaggio, rito che principalmente è attuato per se stesso e a cui permette la partecipazione di un pubblico che non sempre riesce a raggiungere l’orgasmo della conoscenza. Oltre il significante. Dentro il significato. Il sacro,inteso come categoria a priori inconcepibile nozionalmente, ma afferrabile dal sentimento. Il sacro come categoria paradossale in cui si realizza la COINCIDENTIA OPPOSITORUM del TREMENDUM ET FASCINANS,tremendum poiché suscita terrificante smarrimento, ma fascinans perché ammalia, rapisce,fino all’ebbrezza, all’ estasi e di nuovo allo smarrimento. DIONISIACO. Tu riassumi in te questi opposti. Le categorie dell’irrazionale da te catturate, rimandano ai bisogni primari: cibo, sesso, fuoco, acqua, dio. Bisogni che inequivocabilmente ci fanno pensare ad un uomo lontano dal concetto di cultura ( convenzionalmente parlando). Ma l’uomo moderno, così imbevuto di apparenza, così sofisticato, così raffinato, da aver ricoperto di sovrastrutture i bisogni primari per farli apparire secondari e quindi culturali, non è che un animale disorientato che vaga al bordo-borderline, di una linea labile tra natura e cultura, tra interiore ed esteriore, tra sacro e profano, tra apparenza e sostanza… non riuscendo,molto spesso, a trovare dentro di sé risposte o anche solo l’energia per cercare in una dimensione che lo porti fuori dal tempo e dallo spazio. E’ importante l’ora, l’adesso, ma l’ora ,l’adesso vanno fermati in un presente continuo fatto di immobili immagini in movimento. Ho afferrato le tue preziose “parole”,le conservo nel mio vocabolario, e le userò così da non disperderne l'essenza. Sei per me un incontro straordinario, non posso non dirtelo…ogni giorno! Federica Pinna NEOGRIGIO
di Federica Pinna, 26 giugno 2003, Macomer. Mi
pare di intuire che tema centrale di questa serie sia la forma,
"toccata", manipolata, flessa come fosse pura materia; interpretata,
seguita ,pensata.Corpi dai colori industriali che si metamorfizzano quasi in
fatti sonori come fossero prodotti di fusioni in atto; entità plastiche che
possiedono al loro interno-esterno la capacità di comunicare, attraverso i
clangori metallici dei loro innumerevoli angoli visuali, molti futuri possibili. Federica
Pinna
Fuori
contesto: quando la contemporaneità incontra il passato. Storie di corpi, di
sfide, di stranieri La
cripticità del titolo non deve trarre in inganno, la spiegazione è semplice e
immediata. Una raccolta pubblica di assoluta qualità e preziosità scientifica
come quella conservata in Villa Grimaldi Fassio riesce a proporsi al pubblico
senza azioni di rinnovamento, con buoni risultati di fruizione, per qualche
tempo, forse per un anno o due, a voler essere generosi. Non per dieci, come
accade per le Raccolte Frugone, ospitate in una sede priva di spazi attrezzati
per mostre temporanee in grado di garantire iniziative culturali sempre diverse
e in linea coi contenuti storici del museo. Allora deve entrare in gioco una
creatività progettuale da saltimbanchi per cercare comunque, con risorse
contenutissime, di catturare l'attenzione di un pubblico conteso da mille altre
iniziative culturali. Per proporsi con qualche cosa di speciale in grado di
rilanciare, attraverso prospettive di lettura anche un po' anomale, un
patrimonio artistico unico ed eccezionale. Fuori
contesto, la mostra di oggi, ha
questo carattere particolare: "intaccati" da forti episodi di
contemporaneità artistica, gli spazi e le opere delle Raccolte Frugone si
offrono con immagini diverse e
potenzialità diverse, di dialogo, di dibattito, di sperimentazione artistica.
E' un "fuori contesto" relativo, quello delle indagini e delle
espressioni artistiche di Francesco Arena, di Pietro Geranzani e di Roberto
Merani, ai quali va la gratitudine di chi scrive per aver voluto lasciarsi
intrigare da un luogo assai impegnativo. Per aver accettato di entrare in un
"contesto" così connotato sotto il profilo museale, e nel modo più
tradizionale, e di progettare, in relazione all'ambiente interno ed
esterno, ai pezzi esposti - con le loro forme e contenuti -, il loro percorso di artisti totalmente calati nella realtà
odierna, assunta, nella maggior parte delle opere presentate, come riferimento
assoluto di riflessione, di racconto e di denuncia. E questo piccolo libro è parte creativa integrante del
percorso progettato e realizzato, non limitandosi
ad assolvere la funzione documentaria del catalogo di mostra. (…) Maria
Flora Giubilei
The anatomy of melancholy L’idea di una possibile collaborazione tra Francesco Arena e William Basinski ha cominciato a prendere forma per caso, un pomeriggio di primavera in una spiaggia ancora deserta. Il nucleo iniziale del nostro pensiero è stato il concetto di circolarità da entrambi condiviso negli ultimi lavori. Certo, è una condivisione singolare , a volte azzardata e talora in contrapposizione, ma è innegabile il progetto di “sistema” che queste opere attuano. Federica Pinna The anatomy of melancholy/FRANCESCO ARENA Elisabetta Rota Francesco Arena. Anima et corpus-più di uno sguardo
di Luisa Castellini. © 2004 ESPOARTE, Cultura e Arti Visive Anno V n°31. Ipnotico e sensuale, sciamano dissacratore ed allo stesso tempo analitico demiurgo: questo è Francesco Arena, (Genova, 1966). Dalle prime esperienze fotografiche in bianco e nero verso la metà degli anni ottanta, all’invasione dei confini del tempo -con il video- e dello spazio -con le installazioni-: passi naturali, decisivi e necessari. Arena conosce profondamente il linguaggio massmediale e lo domina con disinvolta sicurezza: questo non è mero strumento tecnico ma è elemento intrinseco al suo pensiero, simbiotico e strutturale. L’indagine di Arena è attuale nella misura in cui lo è l’uomo: il corpo nella sua più viva carnalità viene eternato in video che hanno la ritmica di antichi rituali (ritmica che, straordinariamente, non si disperde nei frames, come spesso accade) mentre la fotografia è capace di giocare tra spiazzamento e seduzione con la stessa calcolata semplicità. In
Anathomy of melancholy, ultimo progetto presentato in anteprima mondiale al Museo di Arte Contemporanea di Villa Croce (Genova, febbraio 2004), il connubio con l’artista William Basinski è sfociato in una performance dove il video di Arena,
Circular Bodies, ha trovato la sua naturale istanza acustica. L’atmosfera del loop orchestrale di Basinski conquista la sacralità rarefatta dei canti gregoriani nella ripetizione e nell’incalzante disintegrazione del suono. La purezza di questo, -altero, insistente, imperante- scandisce i movimenti di un viaggio, quello di un corpo, o meglio di più corpi, che dal sapiente montaggio di Arena si sciolgono in un unico essere, ammiccante ed arrogante nella sua ambigua impersonalità.
Circular Bodies rappresenta una summa della ricerca di Arena, un ennesimo climax che, ancora una volta, non è un punto di arrivo ma un ennesimo passo, un ulteriore approfondimento.
Circular Bodies è un viaggio che si rinnova nel mistero di una a/sessualità, che dalla concretezza del toccarsi, dello stringersi, dell’afferrarsi, del contorcersi, si eleva inaspettatamente dalla corporalità andando oltre, all’interno, in una spasmodica ricerca di consapevolezza, di conoscenza, di verità. Dal video sono tratti i frames, stampati su carta fotografica, piccole ed autonome epifanie che si offrono ad uno sguardo che rimane avvinto in una spirale morbosa, voyeuristica, intenta a decifrarne mosse e dettagli che volutamente sono confusi, sorprendenti: Arena riesce a rendere “nuovo”, inaspettato, sviante ogni dettaglio del corpo, a confonderlo, con una posa, un’ombra, un taglio particolare. Queste sezioni alle volte invadono lo spazio concesso, non lasciano nemmeno intravedere gli sfondi caldi che contrastano e sublimano porzioni di vita ove si consuma l’ennesimo ma previsto paradosso. Incatenato/assuefatto dal suo incontrastato dominio, l’occhio smania per la sua insufficienza: prevale un violento istinto tattile. In
Circular Bodies si rinnova la seduzione, il sudore reale dei corpi di Body of Evidence e di
Emergency of Beauty, lavori in cui, con fotografie e polaroid, Arena già percorreva le vie del dettaglio, del documento emozionale ed espressivo del soggetto/oggetto più vicino, reale, mistico e sconosciuto, del corpo nella sua interezza. Maschile e femminile, turgido e morbido, imperfetto, fragile anche nelle muscolature più scolpite, in un ventre materno o in una bocca sfrontata, nei dettagli rivelatori di umanità, carne, corpo dello spirito. Un altro punto di riferimento è poi la nota serie Still Life for lifelike people in cui l’onnipresente dominio retinico, viene ingannato dall’uso del linguaggio patinato della migliore fotografia da studio per scontrarsi con immagini forti, autoritarie. Questi messaggi, di pezza o di carne che siano, restano incatenati nella loro evidenza all’effetto noto e rassicurante delle foto che però ne garantisce la guardabilità e la conoscibilità. In
Still life for lifelike people, carne e sangue non sono gratuiti ma sono pura espressione, lontana da tanti abusi, violenti e beceri al sapore di formaldeide.
Circular Bodies, che dopo la performance a Villa Croce con Basinski ha intrapreso un viaggio itinerante tra gallerie e istituzioni italiane e straniere, si pone quindi come un’ulteriore conquista di Arena, che fedele a se stesso non s’imbroglia in un’autocitazione ma approfondisce, arricchendolo, il suo immaginario, sensuale e sessuale ma non vischioso, intrigante come il casto tailleur di Rachel in Blade Runner (R.Scott) e di atmosfera Exotica (A.Egoyan), colto e non effimero. Luisa Castellini B-side, Primo Piano Livingallery, di Antonella Marino. © 2004 Flash Art n° 248,ottobre/novembre. Un palazzotto antico nel centro storico di Lecce. Un gruppo di soci giovanissimi, lanciati nella coraggiosa impresa di un progetto cultural-imprenditoriale. L’esperimento della Primo Piano Livingallery costituisce una novità nel vivace panorama creativo del Salento, molto carente però sul piano delle istituzioni e del mercato per l’arte contemporanea. Al suo terzo appuntamento espositivo, Dores Saquegna, che gestisce questo spazio, propone un’ inedito duetto: “B-side”, con Francesco Arena e Franco Livera. Entrambi si esprimono con video e fotografia e hanno in comune l’interesse per la tematica del corpo, passaggio ormai obbligato per una riflessione sull’identità. Antonella Marino B-SIDE Identità Oltre di Dores Sacquegna,
Primo Piano Livingallery © 2004 B-side, Lecce. Francesco Arena e Franco G. Livera, due artisti con un ricco bagaglio di esperienze internazionali, propongono una sperimentazione ed una contaminazione di linguaggi –dal video alla fotografia- attraverso opere progettate sull’identità, sul corpo come esplorazione del se. FRANCESCO ARENA Dores Sacquegna Focus On / Francesco Arena
a cura di Ivan Quaroni. © 2004 THAT’S ARTweb Magazine nl 22 12 marzo 2004 Francesco Arena: corpi circolari e codici visivi Ivan quaroni Il corpo come identità di una soglia di Elisa Mezzetti. © 2004 NUDI FUORI, Studio
Ercolani-Bologna. All’interno del panorama della storia dell’arte la rappresentazione del corpo umano ha sempre costituito un genere molto diffuso, una scommessa, da parte degli artisti, alla morale corrente, ai canoni di bellezza del tempo, alle tecniche utilizzate… Elisa Mezzetti |